“Bisognava provarci”: il contributo di Danilo Amadei

Nel raccogliere in “Bisognava provarci” le testimonianze del movimento che ha portato alla chiusura del manicomio di Colorno – e alla stesura della legge 180/1978 – sapevamo che avremmo proposto un elenco di “voci” ben lontano dall’essere esaustivo (o anche solo rappresentativo). Ma ci auguravamo che il volume fosse l’inizio di un percorso di riscoperta, di racconto, che stimolasse la raccolta di nuovi, preziosi frammenti di questa storia.
Per questo siamo particolarmente felici di pubblicare il contributo che Danilo Amadei – uno dei protagonisti della stagione di cui parliamo –  ci ha regalato durante la presentazione del libro organizzata dal CEPDI (di cui è presidente) e ANMIC Parma.

Danilo Amadei

Gli autori di “Bisognava provarci”
e i volontari di Progetto Itaca Parma

 


Danilo Amadei (*):
Era sentirsi un “tutti”, contro la divisione tra un noi e un loro, un dentro e un fuori, un centro e una periferia ai margini”

Il libro di Valerio Cervetti, Ilaria Gandolfi e Paola Gennari “Bisognava provarci. Parma e la malattia mentale: dal manicomio ai servizi psichiatrici territoriali” è importante. E’ ricco di storie, volti, documenti che ci descrivono la ricchezza di un periodo straordinario del nostro territorio per la liberazione delle persone dalla reclusione manicomiale.
Emerge con chiarezza l’attenzione all’ascolto, all’empatia con la vita di chi era stato privato della propria vita, del proprio corpo, della propria dignità di persona con dei diritti.
Un processo di liberazione che ha coinvolto davvero tutta la comunità, in tutte le sue componenti. E’ un libro corale.
Io ero un ragazzo, ma ancora ho negli occhi la mostra di Carla Cerati e di Berengo Gardin con le foto scattate a Colorno, nell’ex Cobianchi sotto Piazza Garibaldi. Ed è indimenticabile quella foto che ha tappezzato Parma nel Natale del ’68 con un ricoverato a Colorno seduto con la testa calva tra le mani magre con la scritta: “I ricoverati dell’ospedale psichiatrico di Colorno vi augurano Buon Natale” (che io avevo attaccato nella sede dell’Azione cattolica diocesana).

Tutti eravamo coinvolti per capire come liberare persone che subivano una evidente violenza.

E’ importante ricordare come la visione, il coraggio, la passione, la determinazione di Tommasini (e il suo “ottimismo combattivo”) trovasserotanti mediatori per soluzioni che non dividessero ma trovassero alleanze per azioni più condivise e durature.
Io, essendo amico delle figlie ed abitando vicino a casa sua, incontravo spesso l’allora Presidente della Provincia Giuseppe Righi e, sebbene fossi un ragazzo, ci teneva a spiegare come, fissato l’obiettivo comune condiviso (la liberazione di Colorno), la prudenza fosse una virtù e il coinvolgimento di più soggetti fosse determinante per raggiungere risultati che fossero  duraturi.
Le stesse preoccupazioni le ho vissute nella Chiesa  (il cui contributo meriterebbe una ricerca ulteriore), attraverso gli incontri che avvenivano alle Acli e all’Azione cattolica (ne ricordo uno promosso da don Moroni  e alcuni studenti di medicina che avevano occupato Colorno) e con tanti preti che erano stati protagonisti di tanti felici ritorni a casa (penso a don Raffaele Dagnino o don Domenico Magri o don Pino Setti a Parma o don Romano a Monchio, ad esempio). Vivendo anche le contraddizioni tra il ruolo di molti ordini religiosi nelle istituzioni totali (tra cui le suore di Colorno) e chi cercava strade esterne di liberazione (nel ritorno al “popolo di Dio”) nella scia del Concilio Vaticano II.
Una costruzione collettiva che intorno ai protagonisti in prima linea (Tommasini e un gruppo di straordinari psichiatri e infermieri) ha avuto tanti coprotagonisti a creare una vera comunità. Era sentirsi un “tutti”, contro la divisione tra un noi e un loro, un dentro e un fuori, un centro e una periferia ai margini, proprio come invitava la Costituzione. Sì, nella Costituzione troviamo ben 21 volte quel tutti che richiama anche il principio della solidarietà, della fraternità. Un tutti al quale fa da contrappunto ”ogni cittadino” responsabile del concorrere ad adempiere il proprio dovere per il benessere di tutta la comunità.
Erano anche coinvolti artisti (pensiamo ai fotografi, o a registi come Bellocchio, a attori-scrittori come Fo a pittori come Madoi, a giornalisti-scrittori come Zavoli…) che si mettevano dentro la realtà facendola conoscere a tutti, producendo cultura diffusa e condivisa.
E persone comuni, lavoratori, che con le loro competenze quotidiane operavano insieme per il riscatto della dignità di tutti, vivendo tutti insieme. Combattendo antichi pregiudizi, stigmi e ricerche di capri espiatori. Denunciando l’emarginazione dei senza voce di concittadini esclusi dalle relazioni sociali e individuando le alternative di convivenza.
Io ho vissuto questa costruzione collettiva a Vigheffio, con il primo centro diurno al quale avevamo portato i bambini del Palazzone di via Baganza (figli di famiglie dei capannoni della Navetta e di immigrati dal nostro sud, in gran parte abbandonati dalla scuola) e alcune mamme e nonne che aiutavano in cucina. E successivamente nell’avvio degli animali in fattoria con il professor Parisi.

Un altro aspetto importante che è presente nel libro è la lotta contro la violenza provocata non solo dalle azioni delle persone, ma dai contesti istituzionali segreganti.
Il mio incontro personale con Basaglia è avvenuto proprio sul tema della nonviolenza e dell’obiezione di coscienza al militare. Era già a Trieste, ma continuava ad insegnare a Parma Igiene mentale, e incontrò me e altri due obiettori, nel 1973, per spiegarci quanto aveva intenzione di fare lui a Trieste con gli obiettori e cosa e come avremmo potuto tentare di fare noi a Parma con la Provincia. Ci consigliò di lavorare fuori da Colorno, pur andando a conoscere di persona il manicomio.
Proprio a Colorno si svolse (tra il febbraio e il marzo 1976) il primo corso di formazione nazionale degli obiettori di coscienza con 62 obiettori provenienti da tutte le regioni italiane e la nostra Provincia (grazie alla determinazione e alla visione di Arturo Montanini e di Maria Bocchi) fece da apripista per il servizio civile negli enti locali che sbloccò definitivamente la possibilità per migliaia di giovani obiettori di coscienza di svolgere il loro servizio civile alternativo al militare.

Due apprendimenti da quella esperienze mi hanno aiutato in tutta la vita. Dovuti a Giacanelli, Scalfari, Fontanesi e a Maria Zirilli. Una ricerca che era stata proposta a noi obiettori per verificare, dalle cartelle cliniche, le motivazioni esplicite dei ricoveri avvenuti tra il 1940 e il 1950. Ebbene, molte delle ricerche dello psicanalista Franco Fornari sulla psicopatologia della guerra (“Psicoanalisi della guerra”), le ritrovavamo nelle storie di tante persone ricoverate in seguito a traumi dovuti a bombardamenti, o altre azioni belliche, violenze subite o alle quali avevano assistito, privazioni, fame, lunghi isolamenti. Dalla violenza della guerra alla violenza del manicomio molte persone erano state private di una vita degna che solo nel recupero della libertà e della relazione potevano cercare di ritrovare.
Un’altra indicazione che ci era stata data, proprio frequentando per qualche settimana il repartino dei 22 (ricordato nel libro), soprattutto nelle attività esterne, era di provare a osservare quanto erano in grado di manifestare le persone a contatto con i vari luoghi o persone che incontravamo o nelle esperienze che vivevamo (anche fuori dall’ospedale).
Era nata così quella “cartella delle capacità e delle possibilità” che mi ha seguito nelle mie varie attività educative in tutta la vita. Per crescere secondo le proprie capacità, riconoscendo i propri bisogni e desideri, non serve conoscere solo “la malattia” che invalida, ma quanto una persona è capace di fare, le emozioni che prova, come vive in relazione, dove manifesta soddisfazione, impegno, collaborazione, attraverso tante esperienze alle quali può partecipare liberamente e da protagonista.
Una trentina circa degli obiettori rimasero poi a Parma, tra Centro Santi (nel giornalino “L’ospite illustrato”  sono spesso raccontate le attività creative fatte con gli obiettori Mario e Sergio), Vigheffio, il laboratorio di Borgo Felino, alcuni inserimenti lavorativi (oggi li chiameremmo in “lavori ad alto contatto manuale e relazionale”).
Il quotidiano era la dimensione temporale e spaziale del cambiamento, perché contiene la fatica e la soddisfazione del prodotto finito, il dolore e la festa, il ricordo e il futuro. Ed anche l’esperienza del limite, che può essere vissuto come margine verso gli altri, l’altro fuori di noi.
Tante esperienze da ricordare per non fare nuovi ricoveri a Colorno (la mia esperienza con Giovanni, portato per una crisi alcolica a Colorno e rimandato al pronto soccorso con una telefonata del dottor Bianchi) e fare uscire circa un centinaio di ricoverati (ricordo che quando siamo entrati, nel febbraio 1976, erano ancora 542 e alla fine del nostro servizio civile, ottobre 1977, 438).
I tempi dei cambiamenti profondi e duraturi sono lunghi e richiedono pazienza e costanza.
Tante esperienze straordinarie in tutta la provincia, in tanti luoghi di lavoro, in viaggi, in gite (abbiamo sperimentato tante volte, dalle gite al mare ai bei laghi del nostro Appennino che esistono gli “angeli degli incoscienti”) ma con ancora tantissimo lavoro da fare con i troppi rimasti a Colorno: il “tutti a casa” era ancora lontano, sebbene non entrasse più nessuno a Colorno e oltre la metà dei ricoverati in 10 anni avesse trovato un’altra vita fuori dalle mura dell’ ospedale psichiatrico.

Alcune battute dei nostri compagni di viaggio “in uscita” da Colorno sono indimenticabili.
Carlo (parlando di un medico della “vecchia guardia”): “Non capisco perché continuano a chiamare … dottore; tanto meno è signore. Io lo chiamo per cognome come mi chiama lui, perché so meglio di lui cosa mi fare stare bene o male. E quello che mi ha fatto lui gli ultimi dieci anni mi ha fatto stare proprio male”.
Mauro: “A son mat, mo mia stupid” (quando cercavano di fargli fare qualcosa che non voleva, anche con i suoi soldi).
Paolo (al telefono, dopo un’evidente insistenza e avere ripetuto tre volte la stessa informazione): “mo chi al mat son mi o le lu?”.
Maria: “Se sto bene io stai bene anche tu, per cui se vuoi stare bene tu mi devi aiutare”.

Non è certo un caso che tutte le cooperative sociali costituite tra gli anni ’70 e gli ’80 avessero ex obiettori come soci fondatori e nuovi obiettori come volontari motivati.
Un altro aspetto che va sottolineato dal libro è la tanta formazione che si faceva. Quanti incontri, confronti, autovalutazioni, rinvii a ulteriori ricerche e approfondimenti, con la pazienza del tempo necessario per trovare una soluzione. Da parte di tutti, non solo dei medici. Oltre uno specialismo che crea distacco, divisione e rinvia ad altri le responsabilità.
Vorrei anche sottolineare la generosità e la disponibilità al rischio da parte dei tanti che condividevano le nuove azioni. C’era la disponibilità ad assumersi delle responsabilità anche individuali, senza nascondersi dietro al proprio ruolo e ai mansionari. A questo proposito mi fa piacere ricordare Vincenzo Bagnasco, il cui ruolo per i servizi territoriali andrebbe valorizzato assai meglio (come è stato per Vincenzo Tradardi e altri medici ricordati nel libro) e Sisto Merli, amministrativo che andava a vedere di persona i luoghi, le persone e le attività per le quali poi costruiva gli atti amministrativi, anche nuovi e interpretando senza timore le leggi ancora vigenti per arrivare al risultato richiesto.
Condivido a questo proposito la proposta di Valerio di ripubblicare “Se il barbone beve” che dà un racconto vivo ed evidente di quel clima.
Un ultimo ricordo personale sul referendum del ’78 sull’abolizione della legge del 1904 sui manicomi. Ero nella segreteria nazionale della Lega obiettori di coscienza, che aveva la sede nelle stanze del Partito radicale, in via Torre argentina a Roma, con la quale avevamo appoggiato alcuni dei quesiti referendari (oltre a quello sui manicomi quelli contro il codice Rocco e il codice militare). Su quello della legge manicomiale fu chiaro ai proponenti che avrebbe potuto facilitare la rapida approvazione di quella che sarebbe poi diventata la legge 180. Al di là del consenso maggioritario che avevano avuto la chiusura dei manicomi e il riconoscimento dei diritti delle persone con disturbi psichiatrici, rimanevano molti dubbi diffusi sulla legge. In particolare sulle mancate certezze sui finanziamenti per le nuove strutture alternative territoriali e sulla riduzione della psichiatria (sociale) alla medicina tradizionale (ospedaliera), con il rischio di una nuova deresponsabilizzazione della comunità e una nuova delega alle Istituzioni (sanitarie e ospedaliere).

Quanto queste preoccupazioni fossero lungimiranti credo lo dimostri negli anni il costante ricorso di ogni problema personale o conflitto alla sua medicalizzazione. Con uno spostamento delle soluzioni dalle relazioni sociali ed educative alla sanità. Pensiamo come esempi solo anche attuali alla scuola o alla famiglia, dove ogni manifestarsi di un conflitto (o di una sofferenza) è rimandato ad una sua possibile spiegazione in un disturbo e la risposta in una medicina.
(Credo che i dati recenti impressionanti sui ricoveri e sui pazienti in carico ai servizi di salute mentale a Parma, 1200 e 18000, vadano anche letti con questa doppia chiave della fatica delle relazioni e della delega ad altri, “professionisti” delle sofferenze individuali e relazionali).
Tendenze che si associano alla domanda securitaria oggi assai presente con una forte contrapposizione tra un noi e un loro che tende ad isolare le persone, confinandole in una diversità che sottoposta a generalizzazioni che cancellano le individualità. Con il presentarsi di nuovi stigmi e identità tutte ideologiche.
Così come è evidente il ritorno a modelli medici biologici, classificatori con la mancanza dei necessari  tempi di ascolto in relazione. Si tende ad abbandonare, isolare, non accogliere, incontrare, chiedere controllo non conoscenza. Delegare e non assumersi responsabilità, investire sulla cura più che sulla prevenzione, l’educazione, la socialità. Con una forte diminuzione di risorse pubbliche a tutto vantaggio di scelte “di mercato”.

Non mi è sembrato per nulla un testo nostalgico (se non a tratti, in qualche testimonianza) quanto un libro pieno di futuro, che solo se procede secondo le speranza condivise può conservare anche la memoria di chi ha lottato anche per i nostri ideali.
Grazie a Itaca che ha avuto il coraggio di metterci in un atteggiamento di ascolto e di responsabilità per un futuro degno per tutti.

 

(*) Danilo Amadei, nato a Parma nel 1952, agli inizi degli anni Settanta ha collaborato alla costituzione dell’ACR (Azione Cattolica Ragazzi) sotto la presidenza di Vittorio Bachelet. È stato uno dei primi obiettori di coscienza al militare in Italia; eletto per tre anni nella segreteria nazionale della Lega obiettori di coscienza; con il Movimento internazionale della riconciliazione ha promosso e partecipato a molte iniziative per il disarmo, la pace e contro le centrali nucleari, per una società nonviolenta. È stato socio cofondatore, a partire dal 1973, di 8 associazioni di volontariato, 13 cooperative sociali, del Consorzio solidarietà sociale di Parma, del quale è stato presidente per vent’anni, e del Consorzio nazionale Gino Mattarelli. Ha insegnato per quarant’anni, collaborando per diciotto con Danilo Dolci in molte scuole e realtà educative. Ha scritto sulla rivista «Cem Mondialità», con cui ha coordinato corsi di formazione e aggiornamento.
Dal 1994 al 1998 è stato assessore alle politiche sociali del Comune di Parma. Da vent’anni è presidente del Centro provinciale di documentazione  sull’integrazione (Cepdi) di Parma. Ha pubblicato oltre 200 articoli e saggi su scuola, cooperazione sociale, politiche sociali e nonviolenza.

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